Non so quanti abbiano colto le suggestioni che, soprattutto per noi di Fare, racchiude l’editoriale dell’altro giorno sul Corriere della Sera di Giuseppe De Rita, dedicato ai partiti politici. Certo lui non lo dice, ma la sua analisi è una sentenza di morte per quelli attuali ed una spinta allo costruzione di qualcosa di nuovo. O almeno così lo ho vissuto io e non lo voglio perdere.

Fare partito per farne strumento della politica sembra oggi dannatamente difficile perché impone cinque scelte decisive

1. Dare un senso di condivisione e di appartenenza: bisgona dire cosa si vuole

2. Individuare un blocco sociale di riferimento e, aggiungo io, individuare il o i blocchi sociali antagonisti (perché non defninirli, come nei bei tempi andati, classi?)

3. Avere una idea di forma partito (anche se per la verità a me 45 pagine di Statuto, per quanto scritte larghe, sembrano un pò troppe. Ma su questo tornerò, quando avrò finito di leggerle.)

4. Regole certe e costanti nel tempo. Ed in effetti giudico del tutto surreale il dibattito nel PD intorno ai tempi ed alle regole del Congresso. Ai tempi della Prima Repubblica tutti i partiti avevano le loro belle regole statutarie ed ad esse si attenevano. Ed almeno non si perdeva il tempo a discutrere su come dovevano essere.

5. E infine … c’è bisogno di un programma, magari non di un lungo elenco delle cose da fare, ma di una interpretazione e orientamento dei fenomeni e dei processi che attraversano la società italiana …

A voi non fischiano le orecchie?
Ma perché a me pare che tutti ci diano ragione e, nei fatti, nessuno ci conosce? Cosa ci impedisce di bucare la realtà politica italiana? Forse proprio il fatto che sappiamo cosa fare e non perdiamo tempo a chiacchierare?

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