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La rinnovata fiducia al governo Letta è stata salutata, e probabilmente lo è, come un momento epocale di svolta nella politica italiana. Ma, purtroppo per noi, non incide minimamente sulle linee di fondo della distribuzione del potere in Italia, e,, di conseguenza, sulla evoluzione della situazione generale del paese.

Due rapidi appunti a sostegno della sostanziale continuità della struttura del potere in Italia.

A livello teorico, Ugo Arrigo evoca la figura, a suo giudizio inesistente, del keynesiano liberale. Lui lo dice in termini dotti, parlando di politica di bilancio e di periodi del ciclo economico di crescita o di recessione. Io la traduco in soldoni: dal punto di vista del risultato finale è perfettamente identico abbattere deficit e debito, diminuendo la spesa un pochettino di più di quanto si riducano lo tasse, che farlo aumentando le tasse un pochettino di più di quanto si aumentino le spese.

Lapalissiano, direte voi. Lapalissiano confermo io.

Ma allora perché in Italia si sceglie sempre la seconda strada?

La risposta la trovate, indirettamente, nell’intervento di Pietro Ichino in Senato durante il recente dibattito sul cosidetto decreto di stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione. Non tanto per ciò che dice sul merito del provvedimento, ma per le osservazioni che fa sulla forma dello stesso: la sua sostanziale illegibilità ed incomprensibilità.

E anche qui: perché in Italia le leggi sono incomprensibili? (A proposito che fine ha fatto il Decalogue for Smart Regulation citato da Ichino ed lanciato in pompa magna nell’ormai lontano 2009?)

Le risposte alle due domande convergono sullo stesso punto: perché più spesa pubblica e legislazione incomprensibile sono strumenti potenti di potere per la classe dominante. E il fatto che nessuno ne parli è la conferma dell’amare conclusione che il suo potere rimarrà ancora a lungo neppure messo in luce, non dico sfidato o abbattuto.

Fa tenerezza, a partire dal titolo, l’editoriale di ieri sul Sole 24 ore.

Non è con gli appelli, più o meno ben scritti, a chi quella classe rappresenta, che si riesca a liberarsi da quello che oramai è un vero e proprio ceto dominante. Solo la costruzione di un blocco sociale coeso ed antagonista può compiere quella, che fin dallo scorso anno, definivo una rivoluzione. Ed è buffo che proprio l’organo della Confindustria, che di quel blocco sociale dovrebbe essere una promotrice, non sappia fare altro che limitarsi agli appelli.

Buffo o sintomatico? Tutto sommato per la grande impresa in Italia non ha storicamente nuociuto non opporsi, almeno a partire dagli anni ottanta dello scoro secolo, al consolidarsi di questa classe dominante che oggi definisce generiamente “burocrazia” ma che alla burocrazie non è limitata.