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E’ forse il caso di passare da qui a qui?

Ci penserò.

Mi sa proprio che un Pietro Ichino vale dieci, o più, Michele Bordin. A lui debbo la segnalazione di questo studio di Maurizio Ferrara, sulle novità e sui fermenti teorici che agitano il campo del liberismo europeo.

Una solo aggiunta, che non riesco a capire perché nessuno fa: la concezione che definirei socialdemocratica del welfare che è stata in auge diciamo a partire dagli anni ’70 ha, soprattutto in Italia, consentito la formazione di quella che io definisco la nuova classe dominante che, dietro alla ideologia dello stato assistenziale ed interventista, ha utilizzato la spesa pubblica, e la tassazione dall’altro lato della medaglia, come base per la costruzione della propria base di potere.

Se non si torna ad una sana e corretta analisi degli interessi in gioco, della lotta di classe si sarebbe detto ai tempi della mia giovinezza, non si riesce ad elaborare una precisa strategia. Mi sembra chiaro che una drastica rivisitazione della politica del welfare come quella proposta da Ferrera e da Ichino non può camminare se non si identificano con chiarezza quelli che ne saranno beneficiati e che quindi la possono appoggiare da quelli che invece ne saranno danneggiati e che quindi ad essa si opporranno. Sarebbe la strada che, a mio giudizio, Fare dovrebbe seguire e che invece si è persa non riesco neppure a capire dove.

Stavo per titolare “Noi dove siamo?” ma il noi non mi è uscito

La domanda sarebbe da porre sul forum, ma tanto nessuno risponde. L’area liberale si muove, i punti da 10 diventano 6, ma sono molto simili, ma invano cerchi notizie di Fare.

Perché?

Nuovo, lucido, puntuale e stimolante intervento di Oscar Giannino da non perdere. O forse Giannino meriterebbe una pagina a sè, per seguirne gli interventi.

Oppure ci sarebbe bisogno di scrivere un blog sui debiti e sui crediti che abbiamo accumulato in poco più di due anni nei confronti dei due professori americani Bordin e Zingales, ma vorrei comunque rifuggire dai personalismi. Rimane che le persone sono importanti come le idee e aver ucciso Giannino a me continua ad apparire l’errore più grosso che abbiamo fatto

Tanto da meritare un post e non il solito appunto nella pagina “Che succede … “

Da un post che riporta una intervista un povero iscritto come me apprende che si è consumata l’ennesima rottura, e mi sa anche questa a livello personale. Probabilmente è una pietra tombale.

Pazienza. Chi se ne va rilancia qui. A mio giudizio hanno ragione. Da maggio Fare è stato inesistente. Eppure con Internet essere presenti costa proprio poco. E’ più istruttivo, interessante, utile seguire Giannino su Chicago Blog che non il nostro sito istituzionale. Secondo me era inevitabile, ragionando un attimo su Bordin ed i suoi interessi. Ma i miei colleghi hanno deciso altrimenti e ci siamo adeguati, con sempre maggior scetticismo.

E pensare che c’è sempre più spazio politico. Staremo a vedere.

Qualche notizia in più, con altri rinvii, la trovate qui. Se avete tempo, da lì navigate su tutta una serie di notizi riguardo a quanto si agita nel piccolo mondo liberale italiano. Ben difficile che ne esca qualche cosa di buono.

Mi piacerebbe avere qualche parere su questi due recenti interventi di Giannino, il primo sulle prospettive della prossima presidenza italiana in Europa (secondo semestre del 2014) ed il secondo sull’ennesimo pasticcio che questa classe dirigente sta preparando sotto la voce “abolizione dell’IMU”.

Io ci vedo grande lucidità, concretezza e visione strategica. Quello che mi piacerebbe trovare nel partito, con una presenza costante sui problemi concreti di questo disgraziato paese, e una capacità di inquadrarli in una prospettiva di crescita e prospettiva e che invece mi pare continui a mancare platealmente, almeno per quello che risulta ad un osservatore molto distratto come sono io.

Sono ancora convinto che un leader non serva più di tanto in un partito che sappia quello che vuole, ma continuo a ritenere i mesi da ottobre a febbraio come un momento magico che si è spento in un modo che non riesco ancora a spiegarmi. E continuo a considerarlo un vero peccato

Non so quanti abbiano colto le suggestioni che, soprattutto per noi di Fare, racchiude l’editoriale dell’altro giorno sul Corriere della Sera di Giuseppe De Rita, dedicato ai partiti politici. Certo lui non lo dice, ma la sua analisi è una sentenza di morte per quelli attuali ed una spinta allo costruzione di qualcosa di nuovo. O almeno così lo ho vissuto io e non lo voglio perdere.

Fare partito per farne strumento della politica sembra oggi dannatamente difficile perché impone cinque scelte decisive

1. Dare un senso di condivisione e di appartenenza: bisgona dire cosa si vuole

2. Individuare un blocco sociale di riferimento e, aggiungo io, individuare il o i blocchi sociali antagonisti (perché non defninirli, come nei bei tempi andati, classi?)

3. Avere una idea di forma partito (anche se per la verità a me 45 pagine di Statuto, per quanto scritte larghe, sembrano un pò troppe. Ma su questo tornerò, quando avrò finito di leggerle.)

4. Regole certe e costanti nel tempo. Ed in effetti giudico del tutto surreale il dibattito nel PD intorno ai tempi ed alle regole del Congresso. Ai tempi della Prima Repubblica tutti i partiti avevano le loro belle regole statutarie ed ad esse si attenevano. Ed almeno non si perdeva il tempo a discutrere su come dovevano essere.

5. E infine … c’è bisogno di un programma, magari non di un lungo elenco delle cose da fare, ma di una interpretazione e orientamento dei fenomeni e dei processi che attraversano la società italiana …

A voi non fischiano le orecchie?
Ma perché a me pare che tutti ci diano ragione e, nei fatti, nessuno ci conosce? Cosa ci impedisce di bucare la realtà politica italiana? Forse proprio il fatto che sappiamo cosa fare e non perdiamo tempo a chiacchierare?

Ci tornerò con più calma, ma la citazione a pag. 345 del libro di Acemoglu e Robinson “Perché falliscono le nazioni” vale il porgramma politico di Fare, oggi e ne sottolinea l’urgenza, oggi, in Italia:  “Le istituzioni politiche ed economiche inclusive non nascono dal nulla. Sono spesso l’esito di un acuto conflitto tra l’élite, avversa alla crescita economica e al cambiamento politico, e coloro che desiderano limitare il suo potere economico e politico. Le istituzioni inclusive si sviluppano in occasione di congiunture critiche, …; quando una serie di fattori indeboliscono la presa dell’élite sul potere, i suoi avversari si rinforzano, e si creano incentivi alla formazione di una società pluralista.
L’esito del conflitto politico non è mai certo, e anche se col senno di poi molti eventi storici si sembrano inevitabili, il percorso della storia è contingente. “

Due gli insegnamenti: il momento giusto è quello della crisi, quando diventa manifesto quanto pesi sulla crescita il freno della élite al potere, e, altro messaggio che almeno io tendo spesso a dimenticare, il percorso della storia è contingente. Nulla è scritto del nostro futuro, esso dipende da noi. 

Da non perdere, da meditare e da riprendere spesso la riflessione di oggi di Danilo Taino sulla Lettura domenicale del Corriere di oggi “La Politica che schiaccia le politiche“.

Politica è pura lotta per il potere, politiche è lo sforzo concreto di realizzare idee e programmi.

Bello il confronto fra la poltica italiana e quella anglosassone, e fra la Thatcher e Andreotti. Un insegnamento anche per noi di Fare siamo nati per realizzare delle politiche, non per fare politica. Eppure qualche volta nel dibattito preconsgressuale mi è sembrato che emergesse la politica, da noi con l’iniziale minuscola, per evidenti ragioni.

Adesso il congresso è alla spalle e aiutiamo tutti Bordin a costruire un partito che sappia convincere il paese che è tempo di Fare  politiche.

Fare politica vuol dire avere una idea di dove si è, sapere dove si vuole andare, elaborare un percorso per raggiungere la meta e selezionare le persone cui affidare il compito di gestire il processo e raccogliere persone e mezzi che concordino con quegli obiettivi e quei mezzi. E sappiano adeguare obiettivi e mezzi al mutevole variare della situazione

Quello che unisce tutti noi che ci siamo imbarcati o che ci stiamo imbarcando sulla sgangherata ma affascinante nave di Fare è la condivisione delle cose da Fare, i dieci punti che mi hanno sedotto un giorno ormai lontano del luglio dello scorso anno.

La vicenda elettorale ed il suo seguito mi hanno bruscamente ricordato che le idee camminano sulle gambe degli uomini e gli uomini non sono solo esseri razionali. E spesso e volentieri, lo dimostrano anche le vicende di Fare, le passioni degli uomini riescono a bloccare o frenare i loro sforzi razionali.

La stessa osservazioni mi vengono in mente quando scorro, velocemente e faticosamente, i dibatti sul forum dove i personalismi si sprecano e le passioni spesso prevalgono sui ragionamenti. E alle stesse riflessioni mi sono venute in mente l’altro giorno ascoltando alcuni interventi decisamente centrati su problemi personali piuttosto che politici.
E’ vero che la politica cammina sulle gambe dei politici ma, per favore, non cadiamo nel gioco della vecchia politica, dei personalismi e dei dibatti centrati sulle persone. Abbiamo un obiettivo comune: fermare il declino.

E credo che tutti si sappia che per fermare il declino in Italia è necessario cambiare la classe dirigente. Ma cambiare una classe dirigente a me sembra molto simile al fare una rivoluzione.

Per questo non  polemizziamo sulle persone, evitiamo i personalismi e le polemiche personali e scegliamo il presidente più inclusivo fra quelli che hanno avuto il fegato di candidarsi. E poi più che di un presidente abbiamo bisogno di una squadra, motivata e coesa. Confesso che non mi sono soffermato troppo sui poteri che lo statuto riserva al presidente e quelli che spettano invece alla direzione. Ritengo indispensabile che, pur con una buona visibilità mediatica del presidente, indispensabile nella nostra epoca, il grosso delle competenze spettino alla direzione. Non voglio far parte di un altro parito con un padrone. Ma non voglio neppure un partito dove i personalismi ed i giochi di corrente paralizzino la capacità operativa.

A me sembra che se gli obiettivi sono chiari a tutti e condivisi, ed in un partito che sta nasscendo su di un programma come questo dovrebbe essere così anche se tanti temi su cui inevitabilmente dovremo prendere posizione e agire sono rimasti fuori equi è molto probabile che esistano differenze, anche grandi, fra di noi. Bisogna esserne consapevoli e preparati a mediare.

Ci attende una bella sfida, che necessita di tanta disponibilità, di tanto tempo libero, tanta diplomazie e, nello stesso tempo, tanta fermezza. E soprattutto, una capacità organizzativa e di coordinamento non comune. Creare dal nulla un partito che abbia ambizioni di governo nell’era di Internet è una sfida nuova che richiede competenze e strade nuove, da scoprire nel tempo con intelligenza, originalità e flessibilità.