I bambini nascono sotto i cavoli“. Era la sbrigativa risposta con cui i genitori della mia infanzia si liberavano delle domande difficili.

Il lavoro nasce dalla spesa pubblica, specie se a debito” E’ la altrettanto sbrigativa risposta con cui la classe dominante tenta di illudere il paese, e di iludersi di essere degna del posto che occuoa, che l’uscita dalla crisi ed il rilancio del paese siano a portata di mano.

Purtroppo non è così. La crisi in cui siamo viene da lontano ed il comportamento irresponsabile che proprio coloro che la fanno così semplice hanno tenuto in questi anni rende la sua soluzione terribilmente difficile.

O impossibile, se ne lasciamo la gestione nelle loro mani. Via l’IMU, via l’IVA, più spesa e che tutto resti come prima. Il mondo cambia, il lavoro cambia, nuovi lavoratori escono dal buio del sottosviluppo e della fame, la produttività aumenta, la domanda ristagna, se non cala, e da noi ti raccontano che basta un pò di spesa pubblica in più per risolvere questi problemi epocali.

Il problema, tragico per noi, è che le persone che propongono queste soluzioni sono parte del problema, non ne sono e non ne possono essere la soluzione, visto che ne sono state la causa. E prospettive di soluzione non ne vedo. Monti è tramontato nel breve arco di un paio di mesi di campagna elettorale. Grillo si crede il nostro futuro e non è che un duce in miniatura, incapace di reggere una minima educata critica e solo pronto a evocare scenari epocali di nessuna consistenza pratica (Che cosa è la ristrutturazione del debito di cui ho sentito parlare oggi come via d’uscita dai nostri guai?). Renzi finirà invischiato nei giochi interni al sistema.

E metà del paese sembra ritirato sull’Aventino. Cosa pensa? Ha voglia di partecipare ad una rivolta civile o si sta semplicemente ritirando nel proprio piccolo recinti familiare ed amicale?

Saremo in grado noi di Fermare il declino di portare al paese una proposta concreta, credibile e condivisibile’

Una bella scommessa

Fa tenerezza la ministra Iosefa Idem che ripete, secondo un copione ben imparato e da noi ben conosciuto “Ho delegato tutte le mie questioni fiscali ed edili dando un’indicazione chiara: voglio che tutto sia fatto nel rispetto delle regole“.
Come quell’altro che non sapeva che gli pagava la casa, questa non sa neppure dove le fissano la residenza. Giustifica la sua onestà, solo dopo essere stata scoperta, dicendo che lei paga tutta l’Ici dovuta, sovratasse comprese. E appena finisce di dire che ha sistemato l’Ici, quei brutaloni della stampa le buttano adosso la storia dei contributi addebitati al comune di Ravenna, giusto per il tempo in cui poteva farlo.

Debbo dire che fra i due, quasi quasi preferisco Scajola. Se uno deve proprio violare le regole, almeno lo faccia in grande. La povere Iosefa, fra i pochi soldi risparmiati sull’Ici e gli ottomila euro, se non ho capito male, addebitati a noi per farsi la pensione, fra proprio solo la figura della piccola ladra di polli. Si vede che essere una grande atleta non rende economicamente e mi sembra giusto che anche lei ricorra alla greppia della spesa pubblica. Pagheremo le tasse con più gusto sapendo che contribuiamo anche alla sua serena vecchiaia in cambio delle emozioni che ci ha regalato.

Non si dimetta: sta benissimo al governo. E’ il perfetto emblema della classi dirigente del PD.

La citazione è una mia cattiva traduzione dall’originale francese.
le critiche della democrazia estrema, in particolare Aristofane e lo pseudo-Senofonte, la accusano di ingannare i cittadini, di farne dei mantenuti, degli assistiti, di trasformare i luoghi d’esercizio del potere politico in sala da banchetti, in breve di fare della città stessa un immenso banchetto. Sottinteso, la democrazia sedotta dal ventre, trasforma il denaro della comunità in baldoria, e per lo pseudo Senofonte tutto questo non porta alcun beneficio. Ecco la democrazia presa in trappola, essa che non si fida della commensalità. Vedersi accusata di trattare i cittadini come se non fossero altro che dei ghiottoni  “

Ed è l’occasione per recuperare in rete (mamma mia quanto è utile Internet) parole antiche, la critica dello pseudo Senofonte (è in greco con un breve commento) alla democrazia ateniese per trarne spunti di riflessione sulla nostra situazione politica.
Questo il testo in italiano

Due commenti alla stracommentata analisi di Grillo a giustificazione del suo flop alle elezioni comunali.

Lucido e ironico, come sempre, Mario Seminerio, non firmato, ma chiaramente fuori tema e ideologicamente teso a demonizzare ogni opinione contraria (mi sembra del tutto fuori luogo la Teatcher col simbolo del M5S) KeynesBlog che, pavlovianamente, reagisce ad ogni minimo attacco al settore pubblico, santo per definizione. Di buoni dati e bei grafici.

Di mio aggiungo solo che torvo ampiamente condivisibile l’analisi di Grillo e, soprattutto, che la colpa è degli italiani. Sono loro che, pervicacemente, votano e rivotano questa classe politica che li condanna al declino. E ritorno sul mio pallino: la crescita della astenzione è un segno di una presa di consapevolezza della inadeguatezza della offerta politica o di un qualunquisticoo disinteresse?

Il turno elettorale di fine maggio non ha suscitato particolare attenzione, neppure per me.

Ma, come a fine febbraio, quello che mi stupisce di più l’incapacità di tutti di leggere quello che veramente sta succedendo. Sta crollando la partecipazione del paese alla vita politica che è, volente o nolente, la sua vita.

Commentatori e politici sono tutti interessati a vedere e valutare quello che c’è, i voti espressi, e non si accorgono di quello che non c’è, i voti negati.

Già a febbraio pochi avevano rilevato il fenomeno importante, la crescita dell’astensione, abbagliati da quello che veniva addditato come un fenomeno epocale, il successo del Movimento 5 stelle. Stesso copione oggi: grandi titoli sul crollo del M5S, sul recupero del PD, ecc…

Epppure a me sembra tutto molto semplice: il paese non si riconosce nell’offerta politica (o nella classe politica?). A febbraio una parte aveva convogliato la sua protesta su Grillo. Tre mesi sono bastati a far capire che è solo un bravo comico. E chi lo aveva votato a febbraio si è aggiunto ai tanti che già allora si erano messi alla finestra a guardare.
E la cosa interessante di questa crescita dell’astensionismo è che avviene in un momento in cui l’offerta politica si moltiplica, come testimonia il fiorire delle liste civiche, più o meno folcloristiche (si veda, a mò di esempio, il caso dei diciannove candidati sindaci di Roma). Sono, a mio parere, il segno di una insoddisfazione che non riesce a trovare espressione e che non riesce a convincere.

Come a dire che almeno una parte del paese sta cercando e chiedendo qualche cosa che nessuno è in grado di offrire. Non so se le analisi dei flussi elettorali confermeranno il passaggio dal voto a Grillo all’astensione, ma a me pare la cosa più probabile. E, se è così, vuol dire che non siamo in presenza di un astensionismo consolidato, di disinteresse completo per il destino comune, ma semplicemente che l’offerta, pur ampiamente variegata (Roma docet), non riesce ad intercettare la domanda.

Ed allora, almeno per noi, il problema è semplice: la nostra offerta è in grado di intercettare quella domanda? Si ci siamo è perché siamo convinti che la risposta sia positiva. E allora si pone la seconda: cosa dobbiamo fare per farci conoscere e capire? Non è facile, ma mi pare che, per ora, ci siamo concentrati troppo su di noi. E’ ora di uscire di casa.

Ci tornerò con più calma, ma la citazione a pag. 345 del libro di Acemoglu e Robinson “Perché falliscono le nazioni” vale il porgramma politico di Fare, oggi e ne sottolinea l’urgenza, oggi, in Italia:  “Le istituzioni politiche ed economiche inclusive non nascono dal nulla. Sono spesso l’esito di un acuto conflitto tra l’élite, avversa alla crescita economica e al cambiamento politico, e coloro che desiderano limitare il suo potere economico e politico. Le istituzioni inclusive si sviluppano in occasione di congiunture critiche, …; quando una serie di fattori indeboliscono la presa dell’élite sul potere, i suoi avversari si rinforzano, e si creano incentivi alla formazione di una società pluralista.
L’esito del conflitto politico non è mai certo, e anche se col senno di poi molti eventi storici si sembrano inevitabili, il percorso della storia è contingente. “

Due gli insegnamenti: il momento giusto è quello della crisi, quando diventa manifesto quanto pesi sulla crescita il freno della élite al potere, e, altro messaggio che almeno io tendo spesso a dimenticare, il percorso della storia è contingente. Nulla è scritto del nostro futuro, esso dipende da noi. 

Non è stato facile, ma alla fine ce la ho fatta. A recuperare il testo del disegno di legge Finocchiaro sulla regolamentazione dei partiti politici. E la sorpresa è tanta.

Innanzitutto non ci sono riuscito sul sito del Senato, non esiste o comunque io non l’ho trovato. La maggior parte dei siti si limita a dare la notizia, senza rinvi ai documenti, probabilmente troppa fatica. L’aiuto mi è venuto dal Fatto Quotidiano che, oltre ad inserire la cronistoria, pubblica il testo iintegrale, quello che cercavo.

In attesa di avere il tempo di leggerlo e giudicarlo, una piccola annotazione, che però la dice lunga su come funzionano le cose in Italia. Il ddl è stato presentato il 22 marzo scorso, è stato assegnato alla Commissione Affari Costituzionali del Senato il 9 maggio, ma è diventato di interesse pubblico solo il 20 maggio. Perché? Come funziona e da chi è gestito il circuito delle informazioni? Il tema potrebbe essere importante e, del resto, si tratta di dare attuazione ad un dettato costituzionale inadempiuto da oramai oramai oltre sessant’anni.

Ed, in linea di principio, non trovo affatto scorretto, anzi, che chi intende gestire una democrazia sia obbligato ad utilizzare strumenti democratici e trasparenti. Ma perché questa non notizia è diventata ieri la notizia del giorno?

Come ho già avuto occasione di notare, l’unico vero, grosso problema che ci sta di fronte, e che non verrà affrontato, è quello della riforma della legge elettorale. e, anche questo già detto, il meccanismo adottato da Fare per le elezioni interne per il Congresso 2013 a me è piaciuto.

Una fila di rinvii per tenere sottocontrollo i risultati ed i commenti che hanno suscitato.

I risultati delle elezioni – analisi e una spiegazione del sistema elettorale” è il posto per così dire ufficiale. I coomenti si concentrano sul voto singolo trasferibile, il sistema utilizzato per gli organi collegiali, indubbiamente più complesso e di minor facilità di comprensione. La mia curiosità era quella di valutarne la capacità di garantire assieme governabilità e rappresentanza e mi pare che vi sia riuscito: pur in presenza di una notevole prevalenza di Bordin, se non ho capito male circa il 60% rispetto al 40% di Italia, mi pare che la minoranza sia uscita sufficientemente rappresentata.

Le statistiche dei voti“. Forse un pò bulgaro il comportamento degli eletti per Boldrin in Direzione Nazionale, con quella sequenza quasi infinita di secondo scelte, per fortuna non in ordine uguale, ma la minoranza ha avuto la sua quota. Certo nessuno delegato ha votato per candaidati dell’altra lista, ma forse non si poteva. Comunque la minoranza ha avuto la sua rappresentanza. Che era la cosa importante.

Il dettaglio dei risultati delle singole votazioni, collegio per collegio, in un foglio elettronico di Brusco. Non ci sono commenti teorici.

Continua a sfuggirmi perché nessuno avvii un dibattito serio sul sistema di voto utilizzato. Come sempre i commenti sono molto spesso inutilmente polemici e non aiutano ad una eleborazione che sarebbe utilissima in questa fase politica. Anche se per la verità inutile. Il premio di maggioranza del porcellum fa troppa gola a tutti. E non hanno ancora imparato che la gatto troppo ingolosita dal lardo finisce per lasciarci lo zampino. Bersani docet, ma secondo me non basta. Questa classe dirigente non ha nessuna capacità di elaborazione strategica al di là del proprio interesse immediato. E ne abbiamo pagato, ne paghiamo e ne pagheremo le conseguenza. Ma ce le siamo meritate. Nessuno ci obbliga a votarli.

Da non perdere, da meditare e da riprendere spesso la riflessione di oggi di Danilo Taino sulla Lettura domenicale del Corriere di oggi “La Politica che schiaccia le politiche“.

Politica è pura lotta per il potere, politiche è lo sforzo concreto di realizzare idee e programmi.

Bello il confronto fra la poltica italiana e quella anglosassone, e fra la Thatcher e Andreotti. Un insegnamento anche per noi di Fare siamo nati per realizzare delle politiche, non per fare politica. Eppure qualche volta nel dibattito preconsgressuale mi è sembrato che emergesse la politica, da noi con l’iniziale minuscola, per evidenti ragioni.

Adesso il congresso è alla spalle e aiutiamo tutti Bordin a costruire un partito che sappia convincere il paese che è tempo di Fare  politiche.

Sarò arrabbiato per i fatti miei, ma mi è bastata una rapida scorsa alla mail appena arrivatami dalla Corte dei Conti per sentirmi salire la pressione.

Ragioniamo con calma. La legge impone alla Corte dei Conti di relazionare tre volte all’anno “sulla tipologia delle coperture adottate e sulle tecniche di quantificazione degli oneri relative alle leggi pubblicate” nel quadrimestre precedente. Oggi relaziona sulle leggi approvate fra settembre e dicembre del 2012, fra cui alcune decisamente importanti come la legge n. 221 (la terza ddefinita di sviluppo emanata nel corso del 2012 dal Governo Monti) e la cosidetta legge di stabilità.

Questi alcuni estratti dalla breve sintesi del pensiero della Corte dal comunicato stampa emesso

In generale “Il frequente rinvio a provvedimenti secondari di attuazione; continue variazioni di leggi anche recenti, con riflessi sull’attendibilità delle stime circa gli effetti finanziari recati dalle norme; approvazione di emendamenti privi della relazione tecnica o per i quali la relazione tecnica risulta essere stata vistata negativamente dal Ministero dell’economia; utilizzazione a fini di copertura di cespiti, come i proventi dei giochi e le accise sugli idrocarburi, il cui gettito è calante e le cui stime appaiono per conseguenza non affidabili; impiego in modo improprio di fondi di tesoreria per coprire oneri di bilancio“.

In merito alla legge n. 233 (di sviluppo) rileva “che essa costituisce un provvedimento disorganico, che reca i più disparati interventi; molti emendamenti approvati in sede parlamentare sono privi di relazione tecnica o registrano un visto negativo. Le norme di carattere fiscale non recano tetti massimi alle minori entrate da esse generate e risultano prive di clausole di salvaguardia (per fronteggiare un minor gettito più marcato rispetto alle stime); generalmente, nelle relative valutazioni d’impatto, si trascura di considerare l’effetto della singola agevolazione sugli andamenti di settori correlati

Sulla legge di stabilità riscontra, sul piano ordinamentale, che “la legge viene svuotata della sua componente fondamentale: essa non realizza la “manovra”, collocata o anticipata com’è nei decreti-legge, ma finisce con lo svolgere o un ruolo attuativo di decisioni già prese o meramente distributivo di risorse raccolte. Inoltre essa risulta calibrata essenzialmente sul primo anno, senza un respiro pluriennale; l’estrema eterogeneità dei suoi contenuti (articolati in 561 commi di un unico articolo) non si pone in linea con le prescrizioni della legge di contabilità, che ne prevede un contenuto snello e di manovra. Quanto alle disposizioni di carattere fiscale, il profilo della quantificazione degli oneri è decisamente da migliorare, soprattutto per gli aspetti tributari. Nel merito vengono evidenziati alcuni profili problematici in riferimento a talune normative di maggior rilievo: si segnala in particolare la valutazione della tassa sulle transazioni finanziarie (cd. Tobin tax), le cui previsioni di gettito sembrano ottimistiche.

Non male, vero, come giudizio sul livello dell’alta dirigenza pubblica, che tali leggi scrivono, e sui parlamentari che le approvano?

Se non ne avete abbastanza, questo è il testo completo della delibera della Corte dei Conti